Con una rosa in mano

Silvia Sai

Antonio Ferrara è uno scrittore per ragazzi con la S maiuscola, di quelli che sanno scrivere davvero, e bene. Di quelli che sanno rendere normale e vicina qualsiasi storia, perché conoscono profondamente ciò di cui scrivono: i ragazzi e l’animo umano.
Sono loro, questi giovani uomini in crescita, a essere raccontati con verità e rispetto, che vivano nelle periferie delle città italiane, italiani o giovani immigrati, che vivano in India o in Sierra Leone tra i ribelli in guerra, o negli Stati Uniti dell’800, a Barcellona o in viaggio alla ricerca di se stessi.

Nel breve romanzo Con una rosa in mano, pubblicato nel 2016 per Feltrinelli, Ferrara si sposta nella Cina degli anni ’80 raccontando un breve, intensissimo, frangente di vita di Wang, un giovane ragazzo figlio di contadini in cerca di riscatto sociale.

Potrei non aggiungere altro, perché, mi preme sottolinearlo, questa è una storia che può essere la storia di ognuno di noi, godibilissima, emozionante, scorrevole anche senza nulla sapere di quella Storia.

Ferrara parla davvero ai ragazzi di oggi. A quei ragazzi che sentiranno forse risuonare corde importanti durante la lettura, identificandosi nel protagonista o nei vari personaggi secondari, anche se non riconosceranno in quella copertina una delle immagini più famose al mondo, anche se non sapranno nulla dei fatti di Piazza Tienanmen del 3 giugno 1989, anche se non conosceranno la storia della Repubblica Popolare Cinese, anche se non avranno mai sentito parlare dell’Unkonown Rebel, il Rivoltoso Sconosciuto, quel giovane studente che per alcuni eterni attimi fermò, con la sola presenza del suo corpo, i carri armati dell’Esercito Popolare di Liberazione, salì su uno di essi, scambiò qualche parola con i militari, e poi scomparve, nella Storia, forse giustiziato, forse libero.

Quello studente è Wang e Antonio Ferrara ce lo racconta con molta poesia in una narrazione in prima persona, evocando i fatti realmente accaduti, per quanto molto controversi, senza alcuna pretesa di insegnare, educare, giudicare. Ciò non toglie il fatto che sarebbe davvero bello e interessante proporre questa lettura nelle scuole anche per approfondire temi storici e sempre attuali.

Con una rosa in mano | Antonio Ferrara | Feltrinelli - Galline Volanti

Mi piace questo libro perché parla di ribellione. Non in modo stereotipato o idealizzato.

Wang è ribelle? Sì, ma anche no. Cosa significa essere ribelle? Se ribellione significa compiere un graduale percorso di consapevolezza che porta a cambiare la nostra visione del mondo e di noi stessi, delle possibilità che possiamo mettere in campo, allora sì, Wang è un ribelle. Ma la ribellione non è mai un atto o un processo in bianco e nero. E Ferrara ce lo illustra bene, ci parla delle ombre, dei tormenti, dei sensi di colpa, del coraggio e della paura, della concretezza di gesti che paiono eroici, ma che di eroico, come comunemente e superficialmente si intende, nulla hanno.

Quando dava ordini io obbedivo, come tutti i miei compagni. Non facevo altro, obbedivo e basta, senza pensare a niente. Non pensavamo a niente, non avevamo nemmeno desideri. Sapevo che ogni tanto, in cortile, potevo andarmene in giro con le mani in tasca a chiacchierare con gli altri, ma niente di più. Fare di testa propria era pericoloso, potevi pagarla cara. Per pranzo tornavo a casa, e dopo pranzo andavo subito nei campi con mio padre.
“Sei pronto, Wang, sei pronto?” urlava mio padre, urlava che sicuramente lo sentivano fino in Mongolia, e poi con la zappa in spalla si metteva sul sentiero e io gli andavo dietro, gli andavo dietro anch’io con la mia zappa in spalla.

Ferrara inizia a raccontarci Wang quando è un ragazzo che divide le sue giornate tra il lavoro nei campi insieme al padre e la frequentazione della scuola, sulla quale le aspettative di riscatto familiare sono altissime, tanto che da anni i genitori risparmiano soldi per poterlo iscrivere all’Università di Pechino. E Wang ci sta bene, in questa dimensione. A giocare in campagna con l’amico Zhang, a godere dell’affetto della mamma, e delle bizzarrie del padre, che ama descrivere la vita in percentuali.

Poi il padre muore improvvisamente, la sua figura, i suoi commenti in percentuale, i suoi rimproveri ed esortazioni continueranno con una certa amara ironia a fare capolino, nel racconto e nei pensieri del figlio, come una sorta di grillo parlante.

Quando Wang si trasferisce a Pechino, nel collegio universitario, è sempre il solito Wang, studente modello, obbediente e diligente, perseverante nel ricoprire quel ruolo che la famiglia gli aveva attribuito.

E infatti studiavo. Studiavo sempre, passavo le mie giornate chiuso in camera a studiare, solo a studiare dalla mattina alla sera, e pure i miei compagni studiavano, ma loro meno perché a volte si mettevano a parlare di politica o di ragazze, e certe volte uno cominciava a raccontare di una che aveva visto in mensa e che gli era piaciuta, e allora ognuno diceva la sua.

Sdraiato sulla mia branda, mi venne voglia di casa, dei biscotti di mia madre. Mi tornò la voglia di essere ragazzo, di pensare solo alla scuola e alla terra e ai biscotti, di giocare con l’acqua, coi sassi e le lucertole insieme a Zhang, senza pensieri.
Invece stavo in quella camera scura piena di fiati e di puzza di piedi, e pensavo: Non è il mio posto, non è il mio posto.
Stavo in quella camera e non sapevo perché.
Invece lo sapevo, perché.

Mi piace questo libro perché parla di tante ribellioni, tanti modi di vivere un dissenso.

C’è Wang che si decide a raggiungere i compagni di studio in piazza Tienanmen solo perché incuriosito, e sceglie di restare solo perché lì trova e poi conosce l’amore, sceglie di partecipare alle proteste, mai convinto fino in fondo, per preservare attimi preziosi di amicizia. E’ questa ribellione? Senza dubbio è ciò che più spesso accade a chi si trova, quasi per caso, a vivere momenti eroici.

Con il passare dei giorni, una consapevolezza si fa strada, quella di stare rischiando la vita, con un’occupazione di piazza che sempre meno lascia intravedere vie d’uscita pacifiche, nonostante gli interventi di Gorbaciov e il discorso di Zhao Ziyang.

Ammazzarmi non mi ammazzavano, poco ma sicuro. Però se ti guardavi intorno, non c’era da stare allegri: il caldo, la fame, la pizza di sudore e di escrementi, la polizia sempre là davanti. Eppure ora mi sembrava bello stare in quella piazza tutti insieme a fare una cosa che nessuno aveva fatto mai. Mi sentivo importante.
Ancora più importante mi sentivo quando Lu mi chiamava per andare a fare un giro.

Non c’è adesione piena di Wang agli ideali della protesta, prevalgono le titubanze, le insicurezze, i dubbi. E l’amore. E la ribellione di Sue, lei davvero convinta di una ribellione consapevole, studiata e meditata, quel moto che ti spinge in prima fila, a prendere il megafono in mano e urlare, quella passione che ti fa impegnare per giorni e giorni a costruire, insieme agli studenti dell’Accademia di Belle Arti, una gigantesca statua di polistirolo, a “Dea della democrazia”.

Sue mi spiegò che gli studenti erano là perché volevano cambiare le cose storte della Cina. Volevano cambiare le persone nella testa e volevano farlo senza armi. E disse pure che la cosa più bella è importante, nel mondo, per lei era questa: che le cose, se ci crediamo, possono cambiare, e le persone pure.

Io non ero come loro, io ero uno triste, spaventato, che forse non avrebbe neppure voluto essere là. Io non sapevo fare niente, ero incapace di rendermi utile, non sapevo parlare, né dipingere, né suonare, non ero mai stato capace di infilarmi in nessuna avventura, né di dire i miei sentimenti a una ragazza. Io forse stavo là solo per amore di Sue, per amicizia di Lu e forse perché l’università in quei giorni era chiusa.

Eppure è un viaggio di crescita, quello di Wang, un viaggio che lo porta ad allargare i propri punti di vista, come dicevamo all’inizio, e a comprendere, questa frase rivelatrice, “che studiare non era stare sui libri, no, studiare era capire la vita e le persone”.

E poi le cose precipitano, nella Storia e nel racconto, arrivano ordini dall’alto, arriva la legge marziale, arriva l’Esercito, i carri armati, a nulla valgono le proteste accese dei civili, a nulla valgono le resistenze degli studenti, i tentativi di risoluzione. E’ uno di quei momenti in cui si è travolti dagli eventi, la Storia, ora sì, diventa più grande di noi. E ci sono morti, tanti morti, e feriti, e grida e scontri.
E c’è la pazzia a governare atti di eroismo o di fuga. Quanto meraviglioso il finale scelto da Ferrara! La “pazzia”, sì, è lei a far scattare qualcosa nella testa di quello studente diligente, ora solo tra tanti morti e dispersi.

Un sacchetto in mano, un corpo in piedi davanti a un carro armato. Una piazza ammutolita, qualche grido di avvertimento. Wang è lui. E riconosce qualcuno dietro al mirino del carro armato. Due occhi che appartengono alla sua infanzia, due occhi che il caso della vita ha condotto dall’altra parte della barricata. Gli occhi dell’amico Zhang, che si rifiutano di far procedere il carro armato. E’ forse quella la ribellione più consapevole, più umana, che ci vuol suggerire Ferrara, una scelta consapevole di disobbedire a degli ordini, consegnando così la propria vita tra le braccia della morte.

Tutti pensano che sia morto anch’io, o che mi abbiano arrestato. Se fosse vivo e libero, pensano, uno che non ha avuto paura dei carri armati di sicuro avrebbe il coraggio di farsi vedere, si capisce di parlare di andare alla televisione.
Certo che sono vivo, perché quel giorno sono riuscito a scappare e adesso sono in un paese libero. Ma non sono libero, perché non ho il coraggio di parlare.
Perché mi vergogno.
Mi vergogno al cento per cento, direbbe mio padre.
Mi vergogno perché penso che lui è rimasto e io sono scappato, e nessuno l’ha capito, questo, nessuno.

Wang è entrato nella storia, grazie alla famosa fotografia che ha immortalato il suo atto di eroismo.
Quello per il quale la Storia lo ha elevato a simbolo di una ribellione. Cosa però si nascondesse dietro quell’atto, cosa c’era prima, cosa c’è stato dopo, a nessuno è dato saperlo.
Ferrara ha provato a immaginarlo e raccontare una storia, la sua storia.

Ma nei libri, si sa, la vita è tutta per finta, mica tocca a te. Nella vita vera uno il pericolo cerca di scansarlo, pensavo, se ci riesce. E quando invece non ti puoi scansare?
Speravo che non mi capitasse, che non mi capitasse mai.

CON UNA ROSA IN MANO
Antonio Ferrara
Feltrinelli – Collana: Feltrinelli UP
Anno di pubblicazione: 2016
112 pp.
Prezzo di copertina: 10 euro

Età di lettura: dai 12/13 anni

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2 risposte a “Con una rosa in mano”

  1. antonio ferrara ha detto:

    Grazie, ragazze!

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