Il nostro albero

Silvia Sai

Oggi vi consiglio un libro di un certo spessore. E con spessore intendo esattamente qualcosa di spesso, stratificato, che ha corpo e struttura. Il nostro albero è un libro illustrato, scritto dal britannico Mal Peet e illustrato da Emma Shoard, in Italia è pubblicato da Uovonero.

Siamo di fronte a un libro adatto a bambini grandicelli, adolescenti, adulti… a tutti coloro che iniziano ad avere una visione piena della vita. Si racconta il ricordo di infanzia di un bambino, Benjamin, il ricordo di quando “quell’estate andò tutto in pezzi”.

E’ una storia di contrasti e chiaroscuri, di bianchi luminosi mescolati a ombre cupe che ghermiscono.

Preparatevi a un racconto commovente, felice e struggente al contempo, una narrazione che ad ogni rilettura scava e scava…

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Benjamin è un uomo di 30 anni e mentre passa accanto alla casa della sua infanzia, si ferma a osservare, di nascosto dai nuovi proprietari, la casetta sull’albero che il padre Sean aveva costruito per lui, ora “un relitto abbandonato tra i rami più bassi dell’albero, appeso lì come una sventura”.

A questo punto la narrazione affonda nella memoria con un lungo flash back che costituisce il corpo centrale del libro: il trasferimento nella nuova casa – all’epoca Benjamin aveva 10 anni -; il padre che immediatamente si industria a costruire una casetta sul grande faggio in giardino. Sarà il Nido, luogo esclusivo e spazio intimo della relazione complice tra padre e figlio, ma ben presto anche il luogo che abbraccia la lontananza del padre, sempre più chiuso e perso nella propria mente. Agli occhi della madre l’albero diventa il “maledetto albero”, e anche lei si allontana lentamente verso una vita diversa.

E’ l’estate in cui la famiglia si spezza.

Ma accanto alle ombre, in questo libro ci sono le luci.

… ma la cosa strana è che ricordo di essere stato molto felice per la maggior parte del tempo. Nella mia memoria, non piovve mai né fece mai freddo, ma suppongo che qualche volta debba essere successo.

Mi piace descriverla come una storia di distanze che si accorciano e allungano, mutano, si modulano come una fisarmonica.

E’ una distanza temporale, che unisce e separa Benjamin con il suo sé bambino, e prende vita attraverso le sue parole che rileggono con occhi diversi ciò che è accaduto.

E’ una distanza che affonda sempre più tra padre e madre – “mentre la mamma gli chiedeva di fare altre cose, papà passava il tempo a costruirmi una casa sull’albero” – lontani, anche nelle illustrazioni in cui mai sono raffigurati insieme se non in un’unica tavola dove già appaiono tremendamente distanti.

Tra queste distanze ci sono gli spazi bianchi, in mezzo c’è Benjamin, spinto qua e là tra il chiaro e lo scuro, come quando si sveglia insieme al padre dopo la prima notte trascorsa sul Nido:

Papà mi mise una mano sulla testa, dicendo: “Ssst, Ben. Ascolta. Il coro dell’alba”. Mi scappava la pipì. Mi sembrava che gli uccelli fossero in ansia come mia madre.

Questi spazi bianchi mi hanno guidata come una chiave di lettura del libro, li ho ritrovati nei vuoti delle pennellate di acquerello annacquato con cui Emma Shoard dipinge forme sfuggenti, imprecise, incerte, quasi sbiadite nel ricordo ma intensissime (riconoscibilissima la sua cifra stilistica, è d’obbligo citare il suo splendido Il pavee e la ragazza).

Gli spazi bianchi sono i non detti tra madre e padre e figlio, ma anche le sospensioni che volutamente Mal Peet lascia nel testo – mai eccessivo – offrendo al lettore uno spazio bianco da riempire e immaginare non solo attorno agli accadimenti ma, soprattutto, agli stati d’animo di Benjamin.

Sono gli spazi bianchi del dolore, che solo attraverso la lente del ricordo ha il coraggio di affiorare.

Per la prima volta in vita mia mi sono vergognato di mio padre. O di me stesso, o di entrambi. Mi ha reso rabbioso.

Ecco, se penso a un motivo per il quale consiglio questo libro, probabilmente il primo è perché qui c’è un’infanzia vera, o meglio possibile, non edulcorata ma intrisa di nostalgia, malinconia, tristezza, rabbia e amara consapevolezza. Non si fanno sconti, nemmeno sul finale, nemmeno per ricucire ciò che si era spezzato nell’infanzia, nemmeno simbolicamente, aggiustando il Nido per renderlo godibile ai nuovi proprietari: c’è la rabbia, la vergogna, e ci sono molti condizionali nelle parole di Benjamin, che nell’ultimo capitolo mette in fila una discreta serie di “avrei voluto”.

Poi fa un’inversione a U e se ne va, lasciando il lettore con molte domande – eppure quanto è facile essergli vicini, nella comprensione e negli stati d’animo!

Nessun insegnamento, nessuna lezione di vita, nessuna retorica in questo ricordo che riappare improvvisamente in una stradina sterrata dietro a una curva.

Mi è piaciuto molto il rapporto tra il padre e il figlio, perché fatto di piccole cose preziose e segnato da un amore tragico. Un rapporto esclusivo e anch’esso pieno di chiaroscuri. Nel ricordo il papà è eroe – “mio papà era un mago per aver creato una cosa simile” – e compagno d’avventure quando si ferma a dormire nella casetta, con candele e sacco a pelo, e legge libri e ripete le storie che le nuvole raccontano in cielo.

Poi è un papà che diventa inafferrabile, che fa finta di volare e piange, che inizia a vivere nel Nido, ora non più solo spazio di condivisione e gioco ma tana che isola ed esclude. E’ raccontato benissimo questo cambiamento, con piccoli e potenti flash di situazioni quotidiane che molto ma non tutto lasciano intuire. Arrivano le urla, i litigi; ma ciò che sta accadendo al padre non è nominato, ci sono le conseguenze del suo comportamento, c’è la mamma sempre al telefono con un altro uomo, lui sì “molto normale”, mentre dice brutte parole contro Sean, sempre sull’albero.

C’è, infine, un cartello con scritto vendesi, un capitolo di vita che in un silenzio carico di parole ammutolisce definitivamente, e un altro capitolo che, intuiamo solo, si apre.

Non ero abbastanza intelligente, o forse semplicemente non ero abbastanza grande, da capire cosa stava succedendo. E in ogni caso, quando si è piccoli si è totalmente assorbiti in sé stessi, no? Tutto quello che vi accade è tremendamente importante, assolutamente unico e illuminato da potenti riflettori. I genitori sono solo tappezzeria. Lo scenario che fa da sfondo.

E Benjamin in tutto ciò anch’egli è un chiaroscuro vivente, fa e disfa, dice e contraddice.

Forse è questo ciò che più di tutto Mal Peet è riuscito a restituire egregiamente. Rendere perfettamente e in modo credibile la doppia voce e sguardo di Benjamin: quello di bambino, cacciatore di cose belle e felici, nonostante le crepe che si stavano creando; e quello di Benjamin adulto, che quelle crepe le vede bene, un po’ ci si perde, poi fa inversione a U.

Penso che potrei dilungarmi ancora su questo libro ma credo di avere già scritto troppo. E’ un libro che certamente può incontrare il proprio lettore, a partire dai 10 anni.

P.S. Il titolo originale è The family tree, lo trovo molto ben riuscito!

IL NOSTRO ALBERO

di Mal Peet (testo) e Emma Shoard (illustrazioni)

Traduzione di Sante Bandirali

Uovonero Edizioni

Anno di pubblicazione: 2019

90 pp. | 16 x 24 cm.

Prezzo di copertina: 15 euro

Età di lettura: dai 10 anni

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