La prima cosa fu l’odore del ferro

Silvia Sai

Sono stata fin da subito incuriosita dal libro di Sonia Maria Luce Possentini, edito da Rrose Sélavy.
E non solo perché sapevo essere ambientato nelle mie terre reggiane, ma anche, e soprattutto, perché sapevo essere il primo libro in cui Sonia è autrice del testo, oltre che delle immagini.
Poi, mi attraeva il racconto autobiografico di un’esperienza di lavoro in una fabbrica, precisamente una fonderia, certo non un’ambientazione comune per una storia!

Ebbene, la prima cosa che ho pensato una volta letto e chiuso il libro è stato: questo albo è di un’umanità sconvolgente!

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La prima cosa fu l’odore del ferro è un racconto in cui l’autrice condivide i suoi ricordi in fonderia: tre lunghi faticosi anni, piuttosto insoliti per una donna.
La scrittura di Sonia è stata una vera sorpresa.
Si percepisce, potente, un’urgenza di scrivere e condividere mettendo a nudo una memoria, articolata con rara schiettezza ed efficacia: frasi ritmate, incisive, piene di senso, misurate e traboccanti di vita al tempo stesso.

La prima cosa che vidi fu il grigio.
La prima cosa che sentii fu il freddo.
La prima cosa che odorai, ancora assonnata e distratta, fu il ferro.

Profondamente impregnata di materia, la scrittura raffigura l’umidità, il sudore, i corpi, gli ingranaggi, il rumore, le luci blu, il sudiciume.
Perché la vita in fonderia è dura, e Sonia la descrive bene. È fatta di uomini con i calendari di donne nude appesi alle fresatrici, di sirene a scandire il tempo, di cartellini da timbrare, di bagni schifosi, di colazioni consumate in fretta, di capi urlanti, di ossa rotte a fine giornata…

È un lavoro alienante: “ogni giorno, per tre anni. Andavo, tornavo. La casa, la fabbrica, i sogni”. I lunghi viaggi in macchina ad accogliere “i miei pianti e i miei canti a squarciagola”, i “che schifo” ad augurarsi il buongiorno.

Ed è strano ritrovare le illustrazioni inconfondibili di Sonia, in toni qui così scuri ma vivi. Le atmosfere ovattate ritraggono il ferro e la fabbrica, la sporcizia e la stanchezza, sono dure ma al contempo lievi, così perfettamente allineate al testo.

La bellezza di questo libro risiede in come Sonia dipinge con le parole, intensamente, molto intensamente.
Frasi, pensieri espressivi, poetici e ugualmente materici.
Emerge un racconto di vita in cui la quotidianità inevitabilmente si fa abitudine, perché “poi, come cani alla catena, ci si abitua a tutto”.
Questa quotidianità diventa parole che ti si appiccicano addosso, talmente vivide, che ti sembra di vedere lì davanti a te Sonia, mentre si gratta sotto la doccia con le spugne cercando inutilmente di togliersi “tutto, il giorno, le urla, i rumori e quel ferro”; mentre risponde “vaffanculo” a chi le dice “ti stai facendo la gavetta”…

Ma c’è sempre la luce.
Nei vetri rotti delle finestre, nelle stelle del ferro, nell’alba, nei fari in galleria…
Quella stessa luce che Sonia in quegli anni, racconta, ha sempre cercato e coltivato.

Cercavo la bellezza. Scintille di ferro come stelle dentro la polvere. Chiamavo a raccolta la forza.

Ci sono i sogni, ci sono le pause che Sonia trascorre leggendo poesie, disegnando o fumando all’esterno per cercare e vedere un po’ di cielo mentre gli uomini “loro parlavano di tette e bestemmiavano. Ridevo”.
Già, rideva. Quanta ironia e quanta umanità in questa risata.

Ascoltava solo la nonna, ci racconta Sonia in uno splendido ritratto di dialoghi reali e interiori.

Ma, nonna, vivere o sopravvivere?
Non mi hai mai risposto. Avresti potuto? Tu che hai visto i dirigibili e l’uomo sulla Luna, le bombe alleate sfasciarti la casa, la fame e la paura, e hai visto le grandi risaie piemontesi ma non le spiagge immense dell’Australia.
Nonna, vivere o sopravvivere?
Non mi hai mai risposto.
Ma hai risposto alla mia fatica, al mio pianto, mi hai raccontato le fiabe, quelle che sapevi o che t’inventavi. Mi hai nutrito di sogni. Non era poco e anche questo mi sarebbe servito.

Dicevamo, c’è tanta umanità nelle parole di Sonia, comprensione dell’altro e della persona che era in quegli anni, lei che aveva scelto la fonderia per “la voglia di capire e la necessità di mangiare”.
C’è un’umanità e una bellezza che una giovane donna si sforza di vedere ovunque, o di immaginare per il futuro.

E alla fine arriva.
Infine, un cane. Una bestia che apre all’umanità, negli occhi l’infinito, un “oltre” che Sonia bramava.
E il racconto prosegue inoltrandosi nella lenta amicizia con questa figura salvifica che le si accuccia ai piedi, e giorno dopo giorno la attende, al suono della sirena, e quegli sguardi, in cui Sonia si perde, in un infinito sperato…
Poi, accade una cosa, e “tutto il mondo, il nostro mondo, ritornava al suo posto”.

La storia di Sonia è la storia di tutti noi.
Tutti a volte ci sentiamo imprigionati, curiosi, affamati.
Tutti a volte soffriamo la monotonia. Tutti ogni tanto, come Sonia, alla sera ci ripetiamo “non smetterò di credere nel domani, nella possibilità di una felicità”.
Tutti, a volte, ci sentiamo “accartocciata e sottile senza fare rumore”.
Tutti cerchiamo la bellezza, in mezzo al grigio e al freddo. Un sogno e un orizzonte.

Disegnare, per Sonia, è un modo per scovarla, così come nelle poesie, e nelle fiabe e nei sogni della nonna, e infine nell’accoglienza del cane.
Questi, ci racconta Sonia, sono i suoi alleati, nella ricerca della bellezza.

E allora leggiamo questo libro ai ragazzi (ad alta voce è perfetto!), perché questo è un libro per loro, e chiediamo loro, chiediamoci insieme, quali sono i nostri alleati?

LA PRIMA COSA FU L’ODORE DEL FERRO
Sonia M.L. Possentini
Introduzione di Maurizio Landini
Rrose Sélavy Editore
Anno di pubblicazione: 2018
40 pp.
Prezzo di copertina: 14 euro
Età di lettura: dagli 11 anni

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