La resistenza dei sette fratelli Cervi

Ada

Abito in una terra che ancora oggi, a distanza di più di settant’anni, pulsa di quella energia e determinazione che Annalisa Strada e Gianluigi Spini così bene ci raccontano nel loro nuovo libro La resistenza dei sette fratelli Cervi edito da Einaudi Ragazzi. L’Emilia e la sua gente viene a galla pian piano, ci si affeziona pagina dopo pagina a questa terra fatta di memoria, di maniche che si rimboccano, di prospettive di bene comune che i suoi abitanti incessantemente si ostinano a voler costruire. E’ una terra fertile, ed è ricca di idee che, nella loro semplicità, divengono grandi per la capacità di essere portate avanti fino a che non si raggiunge l’obiettivo.

Ecco è questo che i sette fratelli Cervi hanno fatto per davvero e che i due autori hanno saputo rappresentare così bene da far affiorare in me l’orgoglio di appartenere a questo luogo. Einaudi, nell’ambito della collana Semplicemente Eroi, racconta la storia vera dei sette fratelli reggiani, impegnati durante la seconda guerra mondiale nella lotta antifascista in provincia di Reggio Emilia e tristemente conclusasi con la loro fucilazione nel dicembre del 1943.

In questo libro i fratelli Cervi sono un unicum ma al contempo individui la cui storia viene raccontata personalmente; ognuno ci viene presentato, al di là dell’impegno politico e della lotta antifascista, con le sue passioni, le fatiche quotidiane, i progetti per il futuro. Tutta la famiglia Cervi, uomini e donne, ha voglia di cambiare il mondo. E comincia a farlo a partire dalla terra.

Sono contadini ma studiano agraria e principi di irrigazione. Vogliono migliorare la resa dei campi, nonostante siano mezzadri e il guadagno in fin dei conti sia del padrone che invece si dimostra disinteressato ai progetti della famiglia.

Alcide Cervi, il padre dei sette fratelli, inizia da qui la sua opera di dissenso sociale: contrariamente a quanto il buon senso suggeriva, non piega la testa davanti al diniego e fa San Martino, ovvero trasloca, insieme a tutta la numerosa famiglia, lasciando un magro ma sicuro reddito da mezzadro per prendere in affitto la tenuta dei Campi Rossi.

Siamo a Gattatico, in mezzo alla bassa emiliana che più bassa non ce n’è. La famiglia Cervi appare immediatamente un destabilizzatore sociale; perché lavora i campi affidandosi ai calcoli e alle computazioni, perché per arare quella terra dura e sterile dei Campi Rossi prima si indebita per un toro che tirasse l’aratro e poi per un vero e proprio trattore; perché chiede al parroco di suonare le campane a festa per il primo nipote nato in famiglia… peccato che il nipote sia una nipote, Maria, e che fino ad allora il prete le campane le avesse suonate solo per i maschi!

Ma i Cervi sono anticonformisti anche in questo: uomini e donne valgono uguale in quella casa; Genoeffa, la madre dei sette, viene sempre consultata prima di qualsiasi decisione. E’ lei che avvia alla lettura i suoi figli, nonostante la scarsa istruzione e le scarse risorse.

Seminano bene Alcide e Genoeffa, i sette figli paiono una vera e propria squadra allenata per arrivare a vincere i mondiali, ognuno di loro con un compito specifico da portare avanti in campo, ognuno a faticare a turno per il bene di tutti: ci sono immagini così vere del lavoro contadino che pare di osservare un film d’epoca mentre si legge. La livellazione dei campi, il progetto di irrigazione studiato di notte sui libri di agraria, la grande festa ai Campi Rossi perchè, dopo un anno di lavoro, vengono aperte le chiuse e l’acqua fluisce nei campi proprio come i Cervi avevano immaginato nelle loro calcolazioni notturne.

I progetti dei fratelli Cervi erano fatti di mattoni, di terra e di bestiame, ma erano anche progetti che prendevano sostanza dalle idee, dagli ideali, dallo studio.
All’inizio degli anni Trenta, già prima che traslocassero ai Campi Rossi, Aldo aveva creato il primo nucleo di una biblioteca.
[…] Fu in una sera come quelle che Aldo disse: – Ci sono libri che tutti dovrebbero leggere, non solo quelli che se li possono permettere, come noi.
Da lì creare una biblioteca fu questione di (quasi) un attimo: l’obiettivo era fondare a Campegine un centro di diffusione del pensiero e della lotta antifascisti.  […]
Ciò che il fascismo desiderava era una nazione con un unico pensiero che non fosse mai possibile mettere in discussione.
Per ottenere questo risultato, una delle vie era proibire la lettura di libri che potessero far capire alle persone che non esiste un solo modo di vivere, ma che la gente è libera di scegliere per sè, senza dipendere da un dominatore dispotico. I gerarchi fascisti avevano steso un elenco di libri proibiti. Aldo decise di tenere proprio quelli ma, per non attirarsi subito l’antipatia delle camice nere, li mescolava e li nascondeva dietro a titoli che invece il fascismo voleva avessero la massima diffusione.
I primi lettori furono timidi, esitanti. Ma chiunque arrivasse per chiedere un prestito o per curiosare veniva accolto da Aldo con entusiasmo. Si animava raccontando trame, spiegando concetti e invitando i lettori a tornare con le loro opinioni per discuterne insieme. In quella maniera aiutò molti uomini e donne a uscire dai binari su cui le loro teste erano state instradate in oltre dieci anni di dittatura.

Le opere di boicottaggio e resistenza antifascista arrivano piano piano fra le mura dei Campi Rossi, nessun gesto immediatamente eclatante ma un piccola, costante e perserverante resistenza quotidiana: la diffusione di volantini e armi, l’interruzione di una linea ad alta tensione, la distribuzione di cibo agli operai delle Reggiane, grande fabbrica di aerei da guerra, in cambio di pezzi di ricambio dei motori. Hanno grande cuore, entusiasmi ed ottimismo smisurato i Cervi che, associati ad una ferrea volontà, li hanno portati ad essere ricordati a distanza di 70 anni.

Questo libro e la sua storia mi hanno talmente riempito la testa ed entusiasmato che ho scritto ad Annalisa Strada, autrice insieme al marito, perché ero davvero curiosa di scoprire come fosse nato e cresciuto e soprattutto come facevano, loro che emiliani non sono, a descrivere con tale empatia e realismo le atmosfera di questa terra e i suoi abitanti.

Annalisa mi ha regalato una lunga telefonata in cui mi ha raccontato di come si sono innamorati di questa storia e dei sette fratelli, di come li hanno conosciuti a fondo grazie allo studio dell’ampia bibliografia, alle visite al Museo Cervi e ai racconti dei suoi curatori, alle fotografie e agli scritti. Ma soprattutto ne hanno avuto memoria fisica grazie ad una intervista che Annalisa ha fatto, tempo addietro, quando forse il libro non era nemmeno in cantiere, a Maria Cervi, prima nipote di Adelmo, quella per cui sono suonate le campane. Maria aveva una decina di anni ai tempi e ha raccontato con i suoi occhi di bambina la vita dei tempi e la notte in cui suo padre e i suoi zii sono stati portati via. Lì Annalisa ha potuto “sentire” davvero questa storia. Mi ha raccontato in fondo di come la campagna emiliana non sia così diversa da quella bresciana delle loro terre, la fatica dei campi era la stessa.

Mi sono domandata e le ho chiesto se e quanto questa storia possa parlare ai ragazzi di oggi che la guerra, le tribolazioni e la fame non l’hanno vissuta; mi risponde che anche lei è curiosa di scoprirlo ma pensa che ciò che parlerà loro non saranno le tribolazioni (mai sperimentate) ma piuttosto i sogni, le progettualità dei sette fratelli, la capacità di impegnarsi e di raggiungere gli obiettivi. Quello che spera parlerà ai ragazzi è la grande statura umana di questa famiglia e di questi uomini.

Un’altra cosa che forse incuriosirà i giovani lettori – mi dice – sarà la dimensione famigliare, sette fratelli più due sorelle, in un mondo che oggi è fatto per la maggior parte di figli unici, potrà forse generare sguardi diversi.

Mi regala poi un’altra interessante riflessione sulla dimensione di vita ai tempi dei Cervi e ora: il tempo del riposo, quello della sera dopo il lavoro dei campi, nella famiglia Cervi aveva una dimensione collettiva, in cui ci si ritrovava a discutere tutti insieme prima di coricarsi e dove si leggeva Dante piuttosto che i Promessi Sposi. Era insomma una dimensione culturalmente attiva e comunitaria che oggi invece si contrappone ad una dimensione passiva e individuale. Dalle nostre parti – dico ad Annalisa – si dice che facevano filos, raccontando storie intorno al camino.

Chiudo la telefonata con una piccola curiosità… chi sarà mai il fratello che le è piaciuto di più? Certo Aldo è il più ingombrante, quello che ha fatto di più, quello che colpisce ma c’è anche Ettore, il più piccolo di tutti, che lei ha amato perché è nato in mezzo alla dittatura e quella e solo quella ha vissuto fino a morire, a ventidue anni. Forse in fin dei conti quello più eroico, che ha dedicato la sua intera vita a seguire i fratelli nella battaglia antifascista, senza poter godere della vita stessa.

Grazie ad Annalisa per l’intervista, ad Einaudi per aver pubblicato questo libro e a Gianluigi per averlo scritto con la moglie!

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