Nemmeno un giorno

Ada

Ci sono viaggi che prepari nei minimi dettagli, che immagini chiudendo gli occhi, di cui ripercorri mentalmente le tappe migliaia di volte e che poi non ti decidi mai a fare. A volte però, scatta come un interruttore e, dimenticando i virtuali preparativi minuziosi, decidi su due piedi di partire.

Penso che sia successo così a Leon, il protagonista di Nemmeno un Giorno (di Guido Sgardoli e Antonio Ferrara – Il Castoro) che vive il suo viaggio sospeso come in una bolla di irrealtà, come se il viaggio non fosse davvero il suo, cercando motivazioni che gli dessero il coraggio che serve per continuare ad andare avanti e non tornare indietro. Leon aveva 11 anni quando è arrivato in Italia insieme a due nuovi genitori, Anna e Sergio. E’ stato adottato, portato via da una famiglia  che si è pian piano sgretolata sotto i suoi occhi senza che lui potesse farci niente.

Prima aveva una madre, Regina

Il giorno che mamma, Regina, se n’è andata, che è morta, non c’era nessuno con lei in ospedale. Ewa e io eravamo a scuola e papà dormiva sul divano ubriaco. E’ morta da sola, senza nessuno accanto. Non lo dimenticherò mai.

Ora ha una madre, Anna, che ama cucinare e che sa di buono.

E’ una donna un po’ grassa e buona e la prima volta che l’ho vista mi ha abbracciato, come se ci conoscessimo da un sacco di tempo.

Prima aveva un padre, Jan, che faticava a portare a casa i soldi per mantenere la famiglia, soprattutto perchè li spendeva in bere.

Mio padre, quello vero, Jan, parlava poco. A volte non sentivo la sua voce per un giorno intero. Anche se mi sforzo non riesco nemmeno a ricordarla, la voce di mio padre. Lui ha avuto sfortuna, una sfortuna nera, ecco, perchè ha perso il lavoro e ha preso a bere, e il bere è una cosa che quando cominci poi è difficile smettere.

Ora ha un padre nuovo, Sergio, che, ai suoi occhi, è vecchio e sempre lo è stato.

Com’era Sergio da ragazzo? Non me lo immagino, proprio non ci riesco. Forse è nato già com’è, con la faccia da vecchio e i vestiti da vecchio e i modi stanchi, da vecchio. Forse è venuto fuori così.

Prima c’era una sorella, Ewa, ora non c’è nessuno. Ewa è rimasta nel loro paese, forse non adottabile perchè troppo grande, unico pezzo di famiglia che Leon riconosce davvero e alla cui idea si attacca con i denti.

Sì, mia sorella. Cioè, non è che non me la ricordo proprio, perchè su Facebook l’ho vista fino a ieri sera, ma avere una sorella non è questo, non è questo, non è la stessa cosa. Avere una sorella vuol dire che la vedi tutti i giorni, che ci parli, che ci mangi assieme, che ci fai a botte e la offendi se devi e lei offende te, e che se a volte sei un po’ giù lei ti sorride e magari dice: “Vai, Leon, vai che ce la fai, che tu sei uno in gamba. Tu sì che sei un fratello come si deve, Leon.”. Che poi magari Ewa una cosa così non me la diceva mai, neppure in un milione di anni, ma chi se ne importa? Magari invece le usciva di bocca proprio quando non me l’aspettavo, no? Come le cose belle, che arrivano quando non le cerchi più.

Sono stati anni difficili i primi di Leon in Italia, una nuova lingua, una nuova scuola, i tentativi di farsi nuovi amici.

Non è colpa mia se non mi sono fatto degli amici. E’ che quelli di amici nuovi, diversi da loro, non ne vogliono.

Leon non sta bene, non si sente a casa e si attacca all’idea che una casa e una famiglia lui ce l’ha, che solo là riuscirà a ritrovare la pace e a placare il tormento, la frenesia e irrequietezza che accompagnano le sue giornate.

No non ce l’ho con Sergio e Anna. Mi piacciono e forse dovrei ringraziarli per tutto quello che hanno fatto per me. Ma non sono i miei veri genitori, capisci?

Così prepara una zaino e una cartina di googlemaps e parte, rubando l’Audi 3000 di Sergio. Il viaggio solitario è accompagnato da una doppia colonna sonora, quella dei pensieri di Leon, che si affollano prima chiari e netti e poi sempre più sbiaditi e confusi nella sua mente, e quella delle compilation che girano sul lettore CD della macchina di Sergio.

Una colonna sonora di un bel rock dei tempi andati…possibile che Sergio, da sempre vecchio, ascoltasse quella musica? Le canzoni fanno da eco e da scenografia ai pensieri di Leon, accompagnano la narrazione capitolo dopo capitolo quasi a suggerire a Leon che strada e direzione prendere con i suoi pensieri. (Qui puoi sentire la colonna sonora)

Ma Leon si sente solo, lì sospeso in quel viaggio di ritorno alle origini che si convince possa per lui divenire salvifico ma di cui non vuole vedere le incertezze, i buchi neri, gli irrisolti. Gli fa compagnia la voce del navigatore che però troppo gli ricorda, forse, quella delle persone che in Italia hanno cercato di fargli rispettare delle regole, dargli ordini su cosa doveva e non doveva fare. La zittisce e il silenzio diventa assordante fino a che non rischia di investire, in una delle fermate lungo la strada, un cane nero, senza padrone come lui. Decide di chiamarlo Vitor, che nella sua lingua vuol dire Vento.

Vitor diviene presenza reale e concreta di un altro cane di tanti anni prima, Roll, quel cane che, insieme a sua sorella, aveva reso forse la sua infanzia un po’ tale. Vitor diventa reale elemento di collegamento fra un qui e un là, un muto consigliere e dispensatore di domande. Man mano che il viaggio avanza Leon si fa sempre meno sicuro, il suo piano di ricongiungimento vacilla, inizia a ricordare le cose belle di quell’essere nuova famiglia con Sergio e Anna, del senso di sicurezza che dopo anni aveva con loro ritrovato.

Cosa cavolo mi è saltato in mente di andarmene a tanti chilometri da casa, Ho detto casaCASA, come se quella fosse casa mia, figuriamoci. Eppure adesso ci tornerei subito, in quella casa, se non fossi così lontano.

[…] E mentre penso a Sergio un poco rido, e mi dico che Sergio non era poi così male, che lui ci ha provato, a farmi capire le cose, a farmi studiare, e mi ha portato pure a guidare il kart, e nelle gare faceva il tifo per me, un tifo matto, e non mi ha mai picchiato, mai nemmeno una volta, e neanche se tornassi lui mi picchierebbe, perchè Sergio che alza le mani su un ragazzino proprio non ce lo vedo. E poi penso che anche se non è mio padre, quando avevo bisogno di lui, quando c’era qualcosa di importante, lui c’era […]

Come quando aveva deciso di partire, così, senza troppo riflettere, Leon avrebbe dovuto tornare indietro, fare retromarcia, ma sarebbe stato un po’ come tradire la sorella e il suo passato e così si trova lì, sospeso, fra quei due mondi che gli appartengono senza che si senta del tutto parte dell’uno o dell’altro. Ci pensa la polizia a risolvere i suoi dilemmi interiori e quando la macchina gli si affianca, quasi gli sorride e li ringrazia di aver scelto per lui. Nemmeno un giorno è durato il suo viaggio ma è una vita intera.

Il libro si chiude con un finale che lascia aperte tante strade possibili e immaginate. Leon di nuovo su quell’Audi dai sedili confortevoli, questa volta dietro, davanti Sergio e Anna. Con lui sul sedile, come un morbido cuscino, Vitor. Stanno rifacendo un viaggio, il viaggio. Stanno tornando a trovare Ewa, questa volta tutti insieme, perchè in fin dei conti Anna e Sergio lo sanno che sono una famiglia sola, insieme a quella di prima.

Non sappiamo se Leon sarà felice, non sappiamo se troverà amici veri in Italia, se riuscirà a rispettare le regole o a essere bravo a scuola. Forse la vita di Leon continuerà a trascorrere così, un po’ sospesa in quella bolla, ma una cosa la sappiamo, ha un filo bello potente che lo tiene stretto a terra e che lo aiuterà a non perdersi o a ritrovare la strada se si fosse allontanato troppo. E’ l’amore di Anna e Sergio, così vero e profondo, che riescono a riconoscerlo sempre e comunque perchè lo hanno scelto intimamente e profondamente come figlio.

E alla fine penso che forse padre non è chi ti ha fatto nascere, no. Forse padre è chi ti veste, ti dà da mangiare, ti insegna a fare le cose, ti sta accanto. Sempre e comunque.

[…] Ma per fortuna ci sono padri che il figlio se lo scelgono, che vanno a cercarselo in un altro Paese per aiutarlo, e anche se quel figlio combina dei casini e tutti lo chiamano cattivo loro non ci credono, che è cattivo, e se lo tengono così com’è perchè ormai è figlio loro.

Un libro che si fa leggere con scorrevolezza, anche grazie alle assonanze musicali che diventano parte della narrazione e all’alternanza dei punti di vista del racconto, sottolineato dal cambio del carattere: preponderante quello di Leon, ma condito da quelli di Vitor e delle persone che Leon incrocia durante il suo viaggio.

Mi è piaciuto questo libro che ci parla di adozione in una prospettiva alquanto vera e attuale, quella di un ragazzino adolescente alle prese con il riconoscimento di sè stesso e delle proprie origini. Un libro che, contrariamente a tanti altri, mette al centro la figura del padre o meglio dei padri e ci propone uno sguardo dal basso, con gli occhi e il cuore di Leon. Un libro di quelli che ti presentano l’adozione per quello che è, una continua e quotidiana sfida di riconoscimento reciproco e di creazione di legami. Non c’è niente di eroico in questa famiglia adottiva se non la capacità di amare incondizionatamente.

 

NEMMENO UN GIORNO
Guido Sgardoli e Antonio Ferrara

144 pp. | Anno di pubblicazione: 2014
14.50 euro

Età di lettura consigliata: dai 13 anni

 

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Una replica a “Nemmeno un giorno”

  1. Antonio Ferrara ha detto:

    Grazie!

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