Tutta sua madre

Ada

Ci sono libri da tutti i giorni, libri che rispolveri per le grandi occasioni, libri che tieni esposti come quadri d’arte, libri che sfogli una volta e poi è sufficiente e poi ci sono libri come questo…

Tutta sua madre
di Roddy Doyle illustrato da Freya Blackwood
per Salani Editore
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che conservi gelosamente in un angolo nascosto della libreria perchè un momento giusto per leggerlo sai che, prima o poi, ci sarà.

Roddy Doyle ha scritto una storia scomoda, addolcita dalle immagini e dal tratto morbido e accogliente della Blackwood, una storia che nessuno avrebbe voglia di vivere in prima persona ma che, purtroppo, alcuni bambini sperimentano, in modi anche differenti, sulla propria pelle.

Sono Pulcini Cosmici anche loro, con una famiglia a metà, orfani di un genitore.

Siamo in Irlanda, paese così fortemente presente negli scritti di Doyle; Siobhan (aiuto per il pubblico lettore…si legge Scivan) ha dieci anni, una casa favolosa piena di vecchie riviste e oggetti d’epoca, di giocattoli e orsetti molto, molto vecchi. Una casa che pare essere rimasta ferma a prendere polvere a un tempo di tanti anni prima, quando Siobhan aveva tre anni e sua madre era ancora viva.

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Perchè, a volte, fermare il tempo e lasciar prendere polvere alle cose è più facile che ricominciare e guardare avanti con uno sguardo nuovo e diverso.

Suo padre è un po’ come quella vecchia casa, gentile ma silenzioso e triste, teneva sempre i suoi pensieri per sè e non le parlava mai di sua madre morta. Nessuno le parlava mai di sua madre.

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E così Siobhan non aveva trovato altro modo per farla diventare parte integrante delle sue quotidianità che continuare ad indossare quelle scarpe verdi e un po’ folli che erano appartenute a lei. Dentro quella bambina dallo sguardo dolce e accogliente, ben voluta da tutti, si nasconde una inquietudine profonda, di quelle che ti possono pian piano divorare, rendere irrequieto, non far dormire di notte. Di quelle che se non sei capace di accogliere e guardare con occhi nuovi rischiano di rovinarti la vita. Siobhan, man mano che il tempo passa, perde ricordi fisici di quella che era sua madre. Se chiude gli occhi rivede le mani della mamma che sbucciavano una mela o tenevano il volante, che le tiravano su le calze.

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Ma per quanto si sforzasse non riusciva più a vedere il suo viso. Lo sentiva ma non lo ricordava.

Lo spazio vuoto dove avrebbe dovuto trovarsi il viso della mamma era come un dolore, un’infelicità enorme che Siobhan portava con sè ovunque.

Ecco qui riaffiora prepotente anche l’immagine forte di un altro libro di cui magari vi parlerò…il pentolino che Antonino trascina sempre con sè (rif.Il Pentolino di Antonino  di Isabelle Carrer – Kite Edizioni). Anche Siobhan ne ha uno, ma nessuno la aiuta a capire come portarlo. Nemmeno colui che le vuole più bene al mondo, suo padre, che avrebbe potuto con alcune semplici parole darle conforto e dirle che anche per lui era così e che questa cosa faceva stare male pure lui. A volte dare un nome alle cose, dirle, dar loro una legittimità può aiutare anche a contenerle e dar confini, a gestirle.

Il libro vuole dare una speranza a quei bambini come Siobhan e introduce l’elemento salvifico che arriva inaspettato in un giorno di primavera in un parco. Una donna che si siede accanto a lei sull’erba infangata e umida e che le dice due semplici segreti per ridare vita alla sua vita: guardarsi nello specchio per ritrovare il volto di sua madre e strane parole da sussurrare al padre nei momenti di profonda tristezza.

La copertina del libro è quello specchio in cui Siobhan si guarda e sorride, perchè guardando attentamente non vede solo la sua immagine, ma anche quella di un’altra ragazza molto simile a lei, ma non proprio uguale.

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A quel punto Siobhan capì. Poteva immaginare il viso di sua mamma. E si senti felice per la prima volta da quando la mamma era morta.

Passano molti anni, Siobhan diventa una donna e una mamma. Guardandosi allo specchio, con occhi diversi, riconosce quella donna incontrata nel parco anni prima e ricorda la buffa frase che in segreto le aveva sussurrato in un orecchio per i momenti di tristezza del suo papà. Si butta e gliela dice tutta d’un fiato…

Mettiti una piuma nelle mutande, papà

La frase che la madre gli diceva quando pensava che lui fosse troppo serio…E lui rise. Era la prima volta che Siobhan lo sentiva ridere.

Le immagini che accompagnano la storia sono lievi e leggere come le piume nelle mutande; ci parlano con naturalezza  di profondi non detti, di dolori e fatiche quasi a farci capire che anche questi sono parte della quotidianità e della vita tanto quanto i momenti di gioia.

Scopro, girovagando in rete nel tentativo di conoscere il backstage del libro, che la storia di quella bambina è la storia vera della mamma di Doyle, rimasta orfana piccola e cresciuta con un padre presente ma piuttosto anaffettivo e distante. Non sono riuscita a scoprire se anche Ita, la mamma di Roddy, è riuscita a trovare una “piuma nelle mutande” per potersi aprire un varco nel cuore del padre. Speriamo…

Penso anche a mia figlia, adottata piccolissima, senza ricordi di volti materni, penso a come potrà essere per lei difficile guardarsi allo specchio, osservare il suo diventare grande senza sapere a chi somiglierà, senza sapere dove sta andando il suo corpo.

Il tema del dolore adulto davanti al dolore bambino per me è forte e presente, è ingombrante quotidianamente. E’ il dolore di me, madre, nel guardare quello profondo, del cuore e degli occhi di mia figlia, che mi chiede se la sua mamma vietnamita è morta o è ancora viva. Un dolore che ti piacerebbe scacciare via, perchè un figlio lo vorresti felice e sereno e, a volte, sarebbe più facile ergere sottili muri per non vedere che guardare dentro. Ma con lei ho capito che non funziona così, non almeno per me e per lei.

E allora ho deciso di dirle anche il mio dolore nel vederla star male, ma il mio dirlo e guardarlo negli occhi, il mio sapere che c’è e ci sarà forse sempre, il mio farci i conti e non nasconderlo, ecco, questo, forse,  le ha dato il coraggio di dirsi e aprirsi, di potermi chiedere. Un dolore di cui non aver paura. Chissà se ci riuscirò ancora, quando i dolori che vedrò nei suoi occhi saranno molto più grandi e potenti? Forse allora sarà il momento di tirare fuori questo libro dalla libreria, un albo illustrato che penso starebbe bene nelle mani di un adolescente oltre che di un bambino. Lo imparò solo vivendo…

TUTTA SUA MADRE
Roddy Doyle (testo) – Freya Blackwood (illustrazioni)
Salani Editore
32 pp. | Anno di pubblicazione 2013
Prezzo di copertina: 10,00 euro

Età di lettura consigliata: dagli 8 anni

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Una replica a “Tutta sua madre”

  1. scaffalebasso ha detto:

    Bello e intenso Ada, grazie! Ma è un albo illustrato o un testo di narrativa con qualche illustrazione?

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