Jip e Janneke

Silvia Sai

Jip e Janneke, i due simpatici bimbetti in silhouette nera, nascono dalla penna di due straordinarie artiste olandesi, già autrici di Pluk e il Grangrattacielo: Annie M.G.Schmidt, nei primi anni ’50, ha scritto i testi immaginando e pretendendo che Fiep Westendorp ne rappresentasse i disegni.

Ho voluto soffermarmi a riflettere su cosa rende le storie di Jip e Janneke così speciali, tali da essere in Olanda un classico della letteratura per l’infanzia.

Si dice spesso che i “nordici”, come le due autrici in questione, riescano a ritrarre bene l’infanzia. Io credo che il valore non risieda nel saper raccontare l’infanzia, ma nel raccontare i bambini. E parrebbe un gioco linguistico-concettuale ma non lo è.

Molti autori, soprattutto in tempi recenti, cercano di raccontare l’infanzia, nella sua interezza e concettualità, finendo per allontanarsi sempre più da essa. Ne escono bambini intenti a fantasticare, a immaginare, sognare, pensare, a emozionarsi. Bambini spesso speciali.

Ma i bambini, questo fanno?

E uso il verbo fare coscientemente, perché c’è una dimensione dell’infanzia che è molto concreta. I bambini fanno. Fanno cose, fanno giochi, fanno esplorazioni, fanno corse, fanno litigate, fanno capricci; fanno anche i filosofi (e quanto lo fanno!), ma poi tornano a bere avidamente le esperienze come un bicchier d’acqua in un giorno d’estate.

C’è una dimensione esperienziale e relazionale nei bambini che è molto concreta, e il magma interiore, di pulsioni emotive e sentimenti, attinge e resta connesso alla concretezza di cui prima. Tutto ciò in Jip e Janneke è straordinariamente evidente.

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C’è un racconto, ad esempio, in cui due bimbi vanno in giostra, quella con gli animali che girano: Jip (il bimbo) e Janneke (la bimba) salgono, lui sull’orso, lei sul cavallo. Si racconta solo questo, nulla di più, ma in solo questo c’è anche Janneke che “non ha il coraggio di alzare la mano perché ha un po’ paura”, e c’è l’essere “sconsolati” perché dopo due giri la mamma dice “basta adesso”. Una frase, null’altro. Eppure, l’universo interiore esiste ed è nominato (non educato o trattato).

Le autrici parlano la medesima lingua dei bambini lettori perché raccontano esperienze quotidiane che portano con sé, accanto alla loro specificità, vissuti interiori universali: il desiderio negato, un sentimento di paura per qualcosa che entusiasma, la frustrazione, la gioia di fare qualcosa con un/a amico/a, e così via.

Un altro capitolo è dedicato al “rimedio contro la rabbia”, che a volte arriva prepotente in Janneke e la induce a mordere Jip, salvo poi pentirsi. La mamma propone di contare fino a dieci quando sente salire la rabbia, Janneke ci prova ma… morde lo stesso. Allora le dice di contare fino a venti, ma lei non è capace. E dunque? E dunque niente. “Non so più cosa dirti”, ribatte la mamma, “ma mi inventerò qualcosa”. Jip e Janneke continuano a giocare e nel capitolo successivo affondano le punte dei loro nasi in una torta appena sfornata.

La Schmidt e la Westendorp ci restituiscono questa concretezza, senza alcuna esaltazione, in cui tutto è in equilibrio e semplice, e ci porta all’essenziale dell’essere bambino.

Essenziale come le frasi brevi e le silhouttes nere stilizzate, ma non prive di carattere, di Jip e Janneke, una scelta stilistica e narrativa che rende facile a ogni piccolo lettore l’identificarsi e il relazionarsi: ognuno potrà immaginare una fisicità differente poichè la parte iconica non offre alcun limite in questo senso.

Le 40 storie nacquero come brevi racconti pubblicati su un quotidiano olandese, poi trasposti in libri, mantengono dunque un carattere pieno, autoconclusivo e condensato. Sono piccole noccioline caramellate da sgranocchiare con gusto e soddisfazione!

Il primo capitolo contiene questo carattere, e vorrei mostrarvi quanto 26 righe (corte) possono raccontare. Qui scopriamo come Jip e Janneke si conoscono e diventano amici, ma c’è molto altro.

C’è la solitudine di Jip che “cammina solo per il giardino e si annoia”, c’è un piccolo buco nella siepe, c’è la curiosità e l’immaginarsi cosa ci sarà oltre il buco (“Una reggia? Uno steccato? Un cavaliere?”), c’è il gusto dell’esplorazione e della scoperta, c’è la sorpresa nel vedere un altro visino bambino – anzi bambina (Janneke!)- , i primi dialoghi, la gioia nello scoprire di essere nuovi vicini, e la domanda più semplice del mondo “vieni a giocare con me?”; ma c’è un problema, un piccolo dramma da risolvere, perché Jip resta incastrato nel buco, e qui c’è anche da ridere ma poi si piange e si strilla anche, ci sono infine gli adulti, i genitori, che sono presenti ma sempre di contorno e che ogni tanto commentano “ah, che piccoli che siete!”.

Jip e Janneke diventano inseparabili, sono buffi, un po’ birichini, simpaticissimi, assolutamente normali.

I 40 capitoli compongono quadretti di quotidianità, abbracciando diversi temi narrativi. Il gioco è senz’altro un fil rouge molto presente (non è questo che fanno i bambini?): sguazzare nelle pozzanghere, saltare la corda, giocare a mamma e papà con la bambola con la testa rotta, poi con i rispettivi cagnolini vestiti di tutto punto (se solo stessero fermi nella carrozzina!).

Il gioco è soprattutto un filtro attraverso cui vivere la realtà, cosicché è la quotidianità che si eleva a momento di scoperta e gioco: portare la colazione alla mamma ammalata, aiutarla nelle faccende di casa, fare lo scivolo sul corrimano delle scale, salire sull’ascensore e le scale mobili mentre si è in giro per negozi, fare la gara a chi mangia più frittelle, dormire a casa di Jip, esplorare la soffitta, mangiare l’impasto crudo della torta…

Ma ogni gioco e ogni quotidianità compone una piccola grande avventura, anche se in poche righe, e come ogni avventura che si rispetti, c’è quasi sempre un problema da risolvere, un ostacolo o una sfida da superare: un dito tagliato, il cagnolino Takki che scappa, il vassoio della colazione che cade per le scale, l’aspirapolvere che aspira i fiori…

Jip e Janneke vivono tutto ciò insieme, in un sincero rapporto di amicizia: si condivide tutto, si mangia il panino, un boccone per uno, per finirlo più in fretta, si sbuccia le mele insieme per far presto, ci si incoraggia a vicenda, ci si perde insieme al supermercato, si litiga e anche spesso; c’è anche molto affetto ed empatia, desiderio di stare insieme anche quando Janneke ha l’influenza e Jip sale su un vaso per salutarla attraverso la finestra.

Quanta pienezza in queste storie!

Deliziose da essere lette ad alta voce, con bambini di diverse età; a mio avviso perfette per bambini in età prescolare.

 

P.s. Jip e Janneke si pronunciano così, come indica la casa editrice stessa: Yìp e Yàanneke.

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JIP E JANNEKE

di Annie M.G.Schmidt (testo) e Fiep Westendorp (illustrazioni)

Traduzione di Valentina Freschi

LupoGuido Editore

Anno di pubblicazione: 2020

136 pp. | 15 x 18,5 cm.

Prezzo di copertina: 15 euro

Età di lettura: 3 anni

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Una replica a “Jip e Janneke”

  1. LupoGuido ha detto:

    La Libreria Semola, se ha piacere ricevere le shopper, può contattarci!

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